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martedì, 27 giugno 2006
12:17
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racconti di zerina
Zerina si svegliò quella mattina, con un' agitazione insolita addosso. Il cielo era terso, limpidissimo, dello stesso colore delle acque che scintillavano lontane e il sole splendeva, sebbene fosse ormai autunno inoltrato, come in piena estate. Dalla piccola finestrella sopra il suo letto giungeva forte, la voce del paese. Il rumore delle ruote dei carri, il vociare dei commercianti, gli animali e il loro versi lungo la strada maestra che porta in piazza, e poi, la musica, i canti dei bambini, tutto ciò che vive, lei poteva sentirlo benissimo. Era un bel modo di svegliarsi, aprire gli occhi e sentir vivere il mondo. Tirò via le lenzuola con un calcio e scese dal letto. Afferrò un mucchio di straccetti su una sedia e se li mise addosso, erano umidi e logori, e rabbrividì un poco. Le scarpe dovette cercarle con impegno. Non era mai stata una ragazza ordinata, ma nessuno può andare contro i propri difetti di spontanea volontà. E lei non aveva nessuno che la rimproverasse del disordine, anzi di qualsiasi cosa la riguardasse. Non c'erano mai state carezze, per quella piccola testa rossa e riccia, né abbracci per quel corpicino magro che si ritrovava. Eppure lei era felice, forse perché, chi non conosce, non può rimpiangere, ma era felice lo stesso. Lavorava in paese, in una panetteria. Jyroù, il padrone del negozio era un brav' uomo, severo ma buono. Di nascosto, ogni tanto, offriva a Zerina un tozzetto di ciambella, o qualche panino, dicendo che quelli bruciati non si potevano vendere, che ci avrebbe fatto brutta figura, e che perciò, tra il buttarli e mangiarli, era meglio mangiarli. Anche se Zerina, non era mai riuscita a capire come mai a lei sembravano perfetti anche quelli che Jyroù diceva "bruciati". Forse non aveva buon'occhio per certe cose, e la cucina è un arte di cui sapeva ben poco. Ma Jyroù sorrideva, perché era contento. - Devi riempirti quelle braccia di qualcosa, ci sono solo ossa. Se non diventi più forte ti caccio via. Non mi servono a niente le perditempo debolucce come te... - E così Zerina mandava giù avidamente un altro boccone, mentre osservava le mani grandi come badili di Jyroù, impastare sapientemente l'acqua alla farina. - E' una magia anche questa, sai?- Gli spiegava l'amico - Nasce tutto da un granello di farina per arrivare al dolcetto che stai mangiando... è una cosa misteriosa.- - Allora sei un mago, Jyroù!- E qui, l'ometto gonfiava il petto d'orgoglio e continuava il suo lavoro con un grande sorriso. - Forse, si...- Disse rompendo un uovo - ... ma so di veri maghi, che non si accontentano di queste cose semplici. La magia è una brutta cosa a volte. Quando non serve a fare il pane, o a far tornare il giorno ogni mattina, diventa pericolosa, tu non devi ascoltare certi discorsi Zerin, sono più male che bene.- Zerina annuiva, tanto lei non aveva mai incontrato un vero mago e non le premeva più di tanto che ciò accadesse. I racconti che aveva udito dai suoi amici della piazza, narravano di mostri, di bestie gigantesche e orribili, che vivevano cibandosi di carne umana, oltre le montagne. Creature, create con le arti magiche, si diceva. Colui che da vita a qualcosa di maligno, risulta di conseguenza della stessa specie abbietta. Perciò i maghi erano cattivi, e la gente se ne teneva lontano se poteva, per non avere guai. Zerina era affascinata da queste storie, ma la cosa finiva lì. In fondo, aveva altri problemi a cui pensare. - Jyroù, che faccio oggi?-Chiese ripulendosi le mani sporche di zucchero con la piccola lingua. - Inizia con stare sull'attenti!- Borbottò seccato, per aver sbagliato le dosi del latte - Sei un soldato, no?- - No, Jyroù...-Obiettò sbattendo un piede per terra - Oggi sono una damigella!- Il grosso cuoco alzò le sopracciglia, osservando quell'insieme di ossa e contorti peli rossi che formavano la bambina, e ricacciò dentro la risata che gli pesava in gola, anche se con una certa fatica. -Bene, madamigella...- e dovette tossire perché la risata era sempre lì, pronta a venir fuori - Fai a prendere la scopa e spazza d'avanti l'entrata, che è pieno di foglie secche! Ma fa in fretta che tra un pò apriamo...- Zerina si mise a lavoro. Il negozio dava l'ingresso proprio sulla piazza grande, e c'era molta gente che passeggiava in su e giù. In fondo, sulla destra e in bilico sopra ad un muricciolo di pietre, dei ragazzini si esibivano, dando prova di enorme equilibrio, tirandosi su con le mani in verticale e facendo uno o due passi così, avvicinandosi all'orlo, tanto da far venire i brividi a chi assisteva. Zerina riconobbe subito i suoi amici. - Bravo Fyria!!!! - Gridò, e metà piazza si volse a guardare chi avesse fatto tutto quel rumore. Quando videro quel cosino cencioso passarono oltre, tornando ai propri affari. Jyroù che aveva sentito la bimba gridare all'improvviso e che per la sorpresa aveva fatto cadere una ciotola di terra cotta, mandandola in pezzi, si era precipitato sulla porta come un orso arrabbiato.- Poche distrazioni!- Sbraitò afferrando l'orecchia di Zerina e tirandola un poco - Poche distrazioni o ti licenzio, capito Zerin? Lavora, che è tardi!- Poi vedendo la piccola indicare verso il muricciolo dove, nel frattempo si era radunata un pò di gente per vedere lo spettacolo, aggiunse. - I tuoi amici li vedrai dopo, c'è molto da fare adesso! - E ritornò dentro il negozio a tirar su i cocci sparpagliati per terra, già pentito di averle tirato un orecchio, anche se, questo non l'avrebbe ammesso mai. Zerina rientrò poco dopo e si sistemò davanti al camino acceso con le mani in avanti, come per afferrare le fiamme. - Hai freddo?- Le chiese Jyroù, ma sapeva già la risposta. La bimba aveva addosso un rimasuglio di gonna, cucita insieme con vari pezzi di stoffe diverse, più di una volta rotta e riattoppata, cosicchè adesso, consunta e rovinata com'era, pareva più uno straccio per pavimento che un vestito. Se l'era fatta lei a sei anni, lavorando con ago e filo da sola e con l'impegno che solo i bambini sanno mettere nelle cose. Fino ad allora aveva portato i panni smessi che la gente, per pura bontà, le aveva donato. Ma a Zerina non piaceva quella gente, per lo più erano ricchi con la puzza sotto al naso, come ripeteva spesso anche Jyroù, che per apparire di cuor nobile di fronte agli altri, facevano la carità a chi non aveva niente. Ma della gente povera non si interessavano davvero, e mentre ti offrivano qualcosa, ti guardavano dall'alto in basso e sembravano voler dire tante cose, come ad esempio "Io sono" ed invece "Tu non sei". Così, un giorno Zerina aveva deciso che non avrebbe mai più accettato niente dagli altri, nemmeno i vestiti. A Jyroù, quella bimba, faceva tenerezza e a vederla così infreddolita piangeva il cuore. - Senti, Zerin...- Mormorò, buttando un grosso pezzo di legno nel camino e rimestandoci dentro con l'attizzatoio - ...tra un pò sarà inverno, cadrà la neve...- Un bella fiamma arancione illuminò la stanza per un istante, e bastò a far riprendere un pò di colore al viso della bimba. - Si, lo so...- Rispose tranquilla. - Io...- Iniziò il panettiere, non sapendo però come continuare. Zerina guardò in su, verso la faccia tonda e paffuta dell'amico, sorridendo, perché aveva capito quello che stava cercando di dirle, ed era contenta. - Non mi serve niente.- Disse - Grazie, Jyroù.- L'uomo allargò le braccia, e tornò vicino al forno per tirare fuori delle focacce. - Io sono sempre qui, Zerin.- Disse infine - Mi sento un pò... uno zio, capito?- La bambina rise, e rise di cuore perché era felice di avere uno zio così buono, tanta gente stava peggio di lei e non aveva uno zio come Jyroù che le volesse bene. - Sarà...- Mormorò allegra - ... ma per me, assomigli più ad un orso che ad uno zio.- - Lo prendo per un complimento.- Disse altezzosamente poggiando la cesta di focacce sul bancone - Ma ora apriamo Zerin, aprì la porta e poi torna qui in cucina. C'è il pavimento da lavare e anche un pò di piatti...- Zerina sbuffò, ma senza farsi sentire. Ormai aveva dieci anni e ogni giorno c'erano sempre nuovi piatti sporchi da lavare e stanze intere da tirare al lucido e la cosa iniziava ad annoiarla in pò. Quando poi passeggiava per strada e vedeva la povera gente sotto i portici delle case, elemosinare per un poco da mangiare, la noia passava subito e tornava ad essere contenta del lavoro. Era fortunata di poter vivere in modo abbastanza dignitoso da non abbassarsi a supplicare il pane, ma si dispiaceva per tutti quelli che invece non avevano altra scelta. Dopotutto, cosa poteva fare lei? Jyroù le offriva il vitto e ogni tanto le pagava con qualche moneta di rame, ma era cosa da poco e non avrebbe potuto offrire di più a quella gente. Sospirò, immergendo un altro piatto unto nella tinozza. Eppure, non era sempre stata in quella panetteria, un tempo tutto era diverso. I suoi genitori erano scomparsi, colpa dei ladri di via, le avevano detto, ma Zerina non ci aveva mai voluto credere perché nessuno avrebbe potuto competere con il suo papà. Era un soldato dell'esercito, un guerriero e i nemici avrebbero dovuto aver paura di un tipo forte come lui. Da piccola lo aveva visto spesso tirare con l'arco o maneggiare la spada e ogni volta ne era rimasta affascinata. Se anche fossero sopraggiunti dei ladroni, il suo papà, li avrebbe di ovviamente messi in fuga tutti quanti. No, di certo stavano bene in qualche luogo lontano. La sua mamma era una bella donna, tutto il contrario di se stessa come non poteva far altro che constatare con amarezza. I capelli rossi li aveva presi da lei, ma quelli della mamma erano lisci e lunghi. Spesso se la ricordava intenta a pettinarsi di fronte allo specchio, e allora le si stringeva qualcosa nella gola e doveva pensare svelta a qualcos' altro. Suo nonno l'aveva accolta in casa finché glie l'avevano permesso gli anni, ma era molto vecchio e non visse a lungo. Era un signore dall'aria cupa, con delle grosse sopracciglia grigie e la barba lunga. Una sera si addormentò e non si mosse più. Zerina allora non pianse nemmeno. La morte non è un concetto semplice da comprendere per le piccole teste dei bambini. Jyroù che era sempre stato un amico di famiglia, e che conosceva il nonno di Zerina da anni, sapendo della morte del vecchio, aveva deciso di passare in casa sua a rendergli un ultimo omaggio. In casa vi trovo la bambina che serenamente, giocava seduta sul pavimento con dei pezzetti di legno, e decise di portarsela via. Prima di andarsene, quella boccuccia aveva baciato la fronte del nonno, e gli aveva augurato una buona notte. Un gesto semplice e spontaneo, dettato dall'ignoranza dell'età, ma che aprì il cuore di Jyroù verso quell'esserino. Quando la bimba si era vista arrivare in casa quell'omone dalla faccia grande e dalle mani da gigante pensò ad una creatura fiabesca uscita da qualche libro, allungò le braccia per toccarlo, nell'ipotesi che fosse solo una delle sue fantasticherie. Ma Jyroù esisteva veramente, raccolse Zerina ed insieme a lei uscì in strada verso la panetteria. Una voce lontana riportò la ragazzina alla realtà. Qualcuno la stava chiamando. - Zerin! Zerin! - Era una vocina piccola, e proveniva dalla finestrella vicino alla catasta di legna da ardere. - Zerin, sono Fyria!- Zerina lasciò cadere una tazza nella tinozza, e si sbrigò a salire sul mucchio di legna per aprire la finestrella. Un aria gelida la fece rabbrividire, anche perché aveva le mani bagnate. - Cosa vuoi?- Chiese - Sto lavorando!- Un bimbo di circa sette anni le sorrise con aria complice. Era alto, con un bel viso roseo e paffuto di chi si può permettere l'abbondanza. I capelli biondi erano arruffati, e la fronte imperlata di sudore, per tutte le corse fatte fino a quel momento. - Tu lavori? E da quando?- Domandò scettico - Dai, vieni! Sono tutti in piazza che t'aspettano!- Zerina sbuffò. - Ho da fare.- Ma in realtà, avrebbe abbandonato tutto all'istante per correre via con quel ragazzino, per giocare un pò. - Io non sono come te, che non hai niente da fare. Vedi? Sto in un negozio! Senza di me qui non si va avanti...- - Brava Zerin!- Esclamò la vociona di Jyroù alle sue spalle e Zerina per poco non perse l'equilibrio. - Brava! Ora saluta il tuo amichetto e torna quaggiù!- Ma non ci fu il bisogno di salutare nessuno, perché, sentendo la voce del padrone anche Fyria si era spaventato ed era scappato via. - M'ha chiamato lui!- Si discolpò Zerina tornando alla tinozza. - E tu gli hai risposto!- L'ammonì il panettiere - Le chiacchiere non portano nessun guadagno!- - Eppure vorrei giocare un pò...- Disse la bimba strofinando lo straccio contro la terra cotta. - Ogni tanto...- Jyroù scosse il capo. - Quando si lavora, si lavora e basta.- Poi aprendo un cassetto e tirandone fuori un coltello - ...e poi, quella non è gente per te Zerin. Troppo Signori.- Zerina non ne era sicura. In vero la famiglia di Fyria era ricca oltre ogni dire, possedeva molte terre nei dintorni del paese, ma non si poteva certo dire che quel ragazzino si comportasse da gran signore, anzi aveva dei modi rozzi e sbrigativi da vero ragazzo del popolo, per questo andava d'accordo con Zerina. - Meno ci stai con quei tipi lì, meglio è...- Continuò Jyroù che ancora non aveva finito la sua piccola predica - E poi, l'ho visto gironzolare con il figlio di quella coppia di zingari...- - Bè? Che c'è di male?- - Mhà!- Sbuffò affettando una grossa fetta di pane raffermo e iniziando a sbriciolarlo - Persone che non sai mai cosa vogliono, ti pugnalano alle spalle, te lo dico Zerin... mascalzoni e ladri, spesso entrambe le cose! - Zerina scosse il capo, e non sapeva se obiettare o no. Su certe cose è meglio restare in un quieto silenzio che non danneggia nessuno, specie poi, se si ha a che fare con un tipo come Jyroù, che è cocciuto e testardo come i ciuchi. Allora Zerina stette zitta e poco dopo il cuoco lasciò la cucina per tornare a servire al bancone. Ma quella chiacchierata gli era rimasta sullo stomaco perchè, Bes il "mascalzone e ladro" era anche amico suo e gli dispiaceva immensamente che qualcuno lo chiamasse in tal modo, quando, quel poveretto non aveva fatto mai niente a nessuno.
Fyria
mercoledì, 07 giugno 2006
10:23
commenti (8)
la storia
Nella città di Erilas, nei territori del Duca Yliad, l’oggetto sacro più importante è sparito dal tempio del Dio protettore della città: l’arma con cui si dice, il Dio abbia sconfitto i regni delle tenebre e la leggenda vuole che, nelle mani sbagliate, possa cancellare ogni razza, ogni forma di vita dalla faccia della Terra, richiamando le Ombre dall’altro Mondo.
L’arma è Kirin, un’enorme bipenne che solo un Dio o un Titano, riuscirebbe a sollevare e che racchiude in se tutta la potenza e gli animi dei malvagi sconfitti.
Tutti umani, nani ed elfi sono sospettati dal Duca e dai suoi, eppure tutti devono unirsi per combattere qualcuno di più forte…
Nella vicina cittadina di Ammon e nelle valli circostanti, terre confinanti con quelle del Duca, governate al Conte Dante Raphael Sigfried
l’eco di quelle storie, sta diventando sempre più concreto, stanno iniziando a formarsi in segreto, nell’ombra delle case, alleanze e fazioni, tutti si guardano con sospetto mentre alla luce del giorno, tutti cercano di comportarsi in maniera normale e, anche se con il passare del tempo, diventa sempre più difficile, la paura diventa quasi normale e parte della vita di ogni essere. Nei templi i sacerdoti pregano ogni divinità e i maghi invocano magie per proteggersi, mentre i saggi studiano gli antichi testi per scoprire il segreto di quell’arma tanto potente.
Tutti si chiedono chi vuol riportare alla luce le forze distruttrici che un tempo governavano ogni cosa e quando sentiranno la terra tremare e nell’aria suono di tamburi.
Tutti vivono nella paura e nel sospetto.. Sospetto verso altri, verso la leggenda… Così fra paura e normalità ognuno continua la propria vita, tenendo però le orecchie ben tese e le porte sbarrate la Notte.
Gli Elfi silvani che abitano le foreste, sono diventati ancora più schivi verso gli umani che abitano i villaggi e le altre razze e cercano in ogni modo di preservare la Natura, ma non hanno mai interrotto i rapporti con essi. Gli Elfi alti, nel mentre con la stessa caparbietà cercano di salvare la magia e di trovare un modo per sconfiggere il Caos.
I Nani delle Montagne Rosse scavano gallerie sempre più profonde, nella roccia, nella speranza di salvare i propri averi e le proprie vite, pur continuando i commerci e gli scambi con gli umani.
Tutti si chiedono se siano stati gli Orchi ad impossessarsi dell’arma, ma nessuna di propria volontà, si vuole avvicinare troppo alla Nera Fortezza per scoprirlo.
Non permettete alla paura di sopraffarvi, ma…
Attenti a voi.. Se doveste sentire il suono dei tamburi, scappate! Le Ombre potrebbero prendervi e farvi desiderare di non essere mai nati…
Da qualche tempo però, nei templi, nei boschi e nelle miniere, si parla di creature demoniache, estremamente malvagie che in alcune occasioni, sono ricomparse dopo molti secoli di silenzio.
Leggende e storie si susseguono, in molti le scherniscono… Ma si sa, ogni storia ha il suo fondo di verità.
Fintanto che la paura non avrà il sopravvento, il Nuovo Regno dei Demoni, non potrà avere inizio… Ma se avessero loro Kirin? Riusciranno a liberare le forze malvagie racchiuse in essa?
… Si potrà fermare l’avanzata di quest’ombra che porta solo morte e disperazione?
LirioDeLaPaz